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March 19, 2009

Strategia Multi-canale per il colluttorio Listerine

Gli amici del pesciolino Nemo nel film di animazione della Pixar dicevano:
Bleah! La bocca umana è proprio una Fogna!!!
Non è così per tutti; mia moglie, ad esempio, si lava i denti 3 volte al giorno!
Io invece sono meno aggressivo anche se non ho una carie all'età di 42 anni.

Adesso dai produttori del Colluttorio Listerine ci arriva una interesante proposta:

"Fai di più per la tua bocca, metti alla prova la tua creatività, e vinci un Week-end a New York!"

Il progetto Listerine 2009 è stato ideato da Jwt che lo ha realizzato assieme a Vox idee per il business.
Il nome del progetto DO-MORE vuole richiamare all'attenzione la necessità (per molti ) di fare di più per la propria igiene orale. A queste tematiche sono dedicate alcune sezioni di un sito che si distingue per un ottimo progetto grafico e per le incertezze nell'architettura web e nella programmazione.
Ritengo interessante e segnalo l'aspetto Multi-canale del progetto di Marketing e Comunicazione.
La fase attuativa della campagna avviene parallelamente:
sul canale web (sito, concorso),
sul canale TV (All Music)
sul canale radio (grazie ad una sinergia con RadioDj)
e sul campo (partecipazione ad eventi e promozione presso i punti vendita).

Come esempio dei contenuti originali del sito segnaliamo aneddoti e segreti di alcune delle più celebri bocche di Hollywood.
L'utente, o meglio il consumAutore viene coinvolto, in un ottica web 2.0, invitandolo a personalizzare il packaging del prodotto. Il viola è d'obbligo nel look del contest.
C'è un tentativo di promuovere una community ma il prodotto non ha le caratteristiche necessarie ad un approccio Tribale (vedi articolo)

Se volete osare avete tempo sino al 15 Aprile prossimo....

Ricordo che Salute della bocca non è solo salute dei denti.
C'è una interessante correlazione tra salute gastrointestinale e salute della bocca.
Molte afte, gengiviti e infiammazioni del cavo orale hanno la loro origine profonda nello stato del nostro intestino.
E' possibile migliorare la salute della bocca anche con un approccio nutrizionale e funzionale, integrando le cure specialistiche con cibi ricchi di vitamine, omega 3 e con qualche integratore specifico.

January 03, 2009

Quanto alcol c'è in una birra analcolica?

Quanto alcol c'è in una birra analcolica?
Sembra una domanda sciocca, e la risposta logica dovrebbe essere "nessuna quantità"
Invece la risposta corretta è "DIPENDE"....

La seconda domanda faziosa è correlata alla prima ed è:
"Quante calorie contiene una birra analcolica ?"
La risposta ovviamente è "Dipende" anche in questo caso, perchè le calorie sono legate prevalentemente alla concentrazione di alcol.

Facciamo un passo indietro ai metodi di produzione.
Per fare una birra senza alcol si possono usare due modi:
1 )rimuovere l'alcol da una birra lager
2)interrompere precocemente fermentazione abbassando la temperatura. Si parla infatti di fermentazione a freddo.

Il secondo metodo, di gran lunga il più utilizzato, permette di ottenere birre che sono QUASI SENZA ALCOL.
La legge italiana prevede per le birre analcoliche un massimo di 8 gradi Plato, pari circa all' 1,2%. Negli Stati Uniti il tasso alcolico non deve superare lo 0,4% e in Gran Bretagna addirittura lo 0,05%.

Quindi attenzione all'etichetta, che deve riportare il grado alcolico della bevanda.
Per ottenere il conteggio delle calorie ingerite basta un semplice calcolo partendo dal fatto che un grammo di alcol fornisce circa 7 calorie.
Ma il grado alcolico riportato in etichetta non corrisponde ad 1 g di alcol bensì ad 1 ml di etanolo, che sviluppa all'incirca 5,6 Kcal (5,53 kcal per la precisione).
Se vuoi esercitarti con qualche conteggio ricorda anche che le calorie della birra derivano anche dal malto non fermentato (la cui concentrazione è minore nelle birre alcoliche ma non trascurabile in quelle analcoliche).
Per chi ama la semplicità e un pò meno la matematica basti ricordare che la birra analcolica ha circa 15 kcal per 100 g, mentre una alcolica con il 5% in volume di alcol si attesta intorno alle 35 Kcal per 100 g.

E ora il Marketing....
In Italia sono in commercio diverse marche di birre analcoliche con concentrazione di alcol comprese tra lo 0,01 e 1,2%. Molto pubblicizzata anche la Drive Beer che si guarda bene dal proporsi come analcolica con il suo 2,5 % di grado alcolico.

Nel mercato italiano le più conosciute sono la Tourtel (prodotta dal gruppo Peroni) la Moretti Zero, La Wuhrer (prodotta dal gruppo Peroni), la Dreher, la venetissima birra analcolica Dolomiti (prodotta dal gruppo Padavena).
La Moretti Zero (prodotta dal gruppo Heineken) ha conquistato in poco tempo oltre il 10% del segmento analcoliche e light nonostante il suo sapore. La campagna pubblicitaria firmata da Armando Testa la presenta come una "birra innovativa nel segmento delle analcoliche" senza però spiegare in che cosa consiste il suo contributo all'innovazione. E' tuttavia "innovativo" investire in marketing e comunicazione, anche below the line, in un segmento da sempre trascurato dai grandi produttori. E' significativo notare che i grandi produttori di birra non menzionano neanche nei loro siti il fatto che producono anche un marchio light o analcolico!!!
San Miguel ha lanciato sul mercato spagnolo la sua 0,0 con tè al limone orientandosi su un target di giovani e amanti del benessere, già dall'estate 2008.
Il gruppo spagnolo, che punta all'innovazione del prodotto, vuole posizionarsi tra il segmento delle birre analcoliche e quello delle bevande alla frutta. L'esperimento era già cominciato con la birra 0,0 alla mela.
Tutte le strategie di comunicazione messe in atto fino ad ora puntano sul messaggio... "Il gusto è simile ma con zero alcol". Secondo me sono strategie perdenti.
Chiunque abbia assaggiato una birra analcolica sa benissimo che il gusto è completamente diverso da quello della cugina alcolica.
Si dovrebbe puntare invece sull'aspetto esperienziale e tribale
Per cominciare associare l'idea del consumo di birra analcolica ad un ambiente di festa e divertimento; poi valorizzare con testimonial credibili un modello di consumatore trendy e innovativo.
Una strategia multi-canale che facesse leva su una community già esistente (gruppi sportivi, tifosi, amanti di discipline orientali....) sarebbe il massimo!
Ma è inutile sognare ad occhi aperti. Ci tocca sorbirci Fisichella, mentre tutti continuano a tenersi ben lontani dalla birra analcolica.

IL GUSTO
O la ami o la odi!
In rete si trovano commenti molto espliciti sul gusto delle birre analcoliche. Qualcuno le paragona a lavatura di piatti, brodo di lumache amare, scolatura di lavello, estratto di tortellini alla carne allungato con fondi di caffè.... A me piace!
Paradossalmente quella che reputo più buona è anche la meno cara: la Wuhrer analcolica.
La peggiore in assoluto la Moretti zero.

Se poi la birra vuoi fartela da solo ecco dove trovare tutta l'attrezzatura
e questa è la ricetta.

April 06, 2008

TRIBAL MARKETING


Il marketing tribale (tribal marketing) è una strategia del marketing teorizzata tra il 2000 e il 2004, mirante a creare una comunità collegata ad un prodotto o servizio o brand che si intende promuovere. Analizzando con tecniche antropologiche e strumenti presi a prestito dalla sociologia applicata i segmenti di mercato target per un prodotto, il marketing manager, crea una nucleo formante (inizialmente in seno all’azienda) e fortifica il sentimento comunitario dei consumatori, attraverso strategie atte catalizzare la crescità di una comunità autoalimentante, per poi supportarne lo sviluppo e l'autoriconoscimento. Il marketing tribale fa un uso estensivo degli strumenti del web 2.0 e promuove la creazione di contenuti generati dagli utenti, la creazione di spazi personali all’interno dei portali aziendali etc, la partecipazione dei connsumatori al corporate blog, etc. I fondatori del m.t. sono stati i francesi Michel Maffesoli e Bernard Cova, il secondo ritenuto il teorico del tribalismo, che fin dall'origine l'hanno contrapposto come alternativa mediterranea al marketing classico di stampo anglosassone. Secondo Bernard Cova, autore de “Il marketing tribale”, l’interesse per il vissuto quotidiano del consumatore rappresenta uno dei mutamenti più notevoli verificatisi nel marketing nell’ultimo decennio. L’esponente del marketing mediterraneo mette in evidenza la tendenza del consumo postmoderno a una sorta di “ri-radicamento” al territorio, attraverso la ricerca di radici e legami sociali.
Ma cos’è la tribù (in senso postmoderno riferito al marketing)?
Bernard Cova definisce la tribù come un insieme di individui con caratteristiche socio-demografiche molto diverse, ma collegati da una stessa soggettività, passione, esperienza, e capaci di azioni collettive vissute intensamente benchè effimere, il tutto in un modo fortemente ritualizzato. La tribù è una comunità emozionali in cui si condividono passioni comuni.
Paola Lazzarini definisce le tribù come “micro-gruppi sociali composti da individui eterogenei (per età, sesso, reddito) uniti dalla condivisione di una passione, di una soggettività o di un’emozione. La loro esistenza ha senso solo nella manifestazione simbolica e rituale del commitment dei loro membri, capaci di azioni collettive vissute intensamente (anche se spesso effimere) secondo modalità fortemente ritualizzate. La tribù è quindi una comunità di esperti pronti a vivere e sperimentare le potenzialità e l’eccezionalità del loro “oggetto” di interesse senza pregiudizi né tabù, cercando, al contrario, di manifestare autenticamente il senso, il privilegio e la soddisfazione derivanti dall’abbracciare un preciso lifestyle.
Non sono gruppi creati da interessi commerciali che si ritrovano per speculare o per fare della propria passione un business ma numerose associazioni di estimatori che oltre ad un prodotto hanno aderito ad uno stile di vita
.”

Al concetto di tribù locale è strettamente collegato il bisogno generalizzato, da parte dei consumatori, di autenticità: questa istanza è appagata sempre meno dall’etichetta o dal riconoscimento ufficiale e sempre più dal senso di comunanza tra i membri del gruppo.
La strategia che questo nuovo approccio propone è dunque non tanto quella di stabilire un legame personale con il cliente, quanto piuttosto quella di alimentare e sostenere il legame fra i clienti stessi, aiutandoli a condividere le proprie passioni e a sentirsi parte di un gruppo.
Nel marketing tribale, di conseguenza, l'intimità con il cliente passa attraverso il coinvolgimento dell'azienda nella tribù: sostenendo e partecipando ai suoi rituali l'azienda ne diventa un membro a tutti gli effetti. In questo modo il consumatore smette di essere “cliente” e diventa “fan”, sviluppando una vera e propria fedeltà affettiva nei confronti dell'azienda e/o della marca.
Il marketing tribale è applicabile solo in alcuni casi. Tra i requisiti principali ci deve essere un prodotto con la P maiuscola, con una propria personalità e/o caratteristiche di qualità riconosciute. Ducati è l’esempio più famoso e riuscito di markeing tribale. Considerate che il sito ufficiale con più di 7 milioni di visitatori unici all’anno e oltre 10 milioni di pagine visualizzate al mese, è uno dei siti motociclistici più frequentati al mondo e molto di più. E’ l’officina dove si costruisce il futuro dell’immagine e della strategia di comunicazione aziendale.
Altri casi esemplari sono Nutella e Harley Davidson.
Ma adesso siamo nel 2008!!!! Come stà cambiando il marketing tribale e quali sono i nuovi trend del marketing di frontiera????
Una risposta sembra arrivare da Patrizia Musso, Direttore Brandforum.it
Lei pensa che il camaleontismo sarà una caratteristica del marketing del futuro.
Mi viene quasi di fare uno strano parallelismo tra il mash-up delle applicazioni software e questo comportamento trasformista dei prodotti e dei marchi.
Tutto questo senza l'aiuto di sostanze psicotrope